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10/12/2018 nazionali

Contro il precariato e per il pluralismo, Fnsi e Cnog: «Non trattiamo con chi insulta e minaccia i giornalisti»

Sindacato e Ordine, insieme con Usigrai, associazioni e giornalisti di testate a rischio chiusura per via dell'annunciato taglio al fondo per l'editoria, in piazza davanti al Mise nel giorno della convocazione del ministro Di Maio. «Non potevamo accettare, perché senza rispetto e legittimazione reciproca non ci si può sedere al tavolo», è la risposta dei rappresentanti della categoria.

Giornalisti italiani di nuovo in piazza contro gli attacchi di alcuni esponenti del governo al pluralismo dell'informazione e per difendere la dignità del lavoro dei cronisti e i valori racchiusi nell'articolo 21 della Costituzione. «Il ministro di Maio ci ha convocato per oggi al Mise e noi siamo oggi davanti al ministero a ribadire il nostro no al precariato e il nostro sì al pluralismo dell'informazione. Ci è stato detto che si sarebbe parlato di equo compenso e precari, ma come si può parlare di lotta al precariato con chi lavora a interventi che creeranno più disoccupazione e più precariato? Interventi che costeranno il posto di lavoro a mille colleghi?», esordisce il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso.

«Se si convocano parti definite in precedenza 'sciacalli' e altro, prima bisogna fare un passo indietro, chiedere scusa, soprattutto a quei colleghi che sono pronti a mettersi a rischio pur di non rinunciare a informare. Senza rispetto e legittimazione reciproca, non ci si può sedere al tavolo. Oggi con Ordine e sindacato erano state convocate anche fantomatiche associazioni di precari: forse qualcuno pensava che questo incontro fosse l'occasione per farsi un selfie, come è successo con il tavolo per i rider. Noi non potevamo consentirlo. Serve innanzitutto rispetto per la categoria, senza quello ci sarebbe una sottomissione da parte nostra, ma noi non abbassiamo la testa davanti a nessuno», incalza Lorusso.

Al ministro e al sottosegretario si rivolge anche il presidente del Cnog, Carlo Verna, che ricorda: «Il giornalismo è per i governati non per i governanti. Caro ministro Di Maio, lei rappresenta il potere, di conseguenza deve cortesemente soggiacere alle regole della democrazia di cui l'informazione è un organo di controllo. I tagli lineari prospettati minacciano l'informazione al servizio dei cittadini. Non ha senso sedersi a un tavolo con chi dà i numeri senza voler fare un ragionamento critico. Per dirla in slang, 'cca nisciuno è fesso'».

In piazza anche i redattori di Radio Radicale, del Messaggero di sant'Antonio, del Manifesto e di Avvenire, l'Usigrai e i giornalisti delle reti e delle testate che lavorano in Rai senza avere il 'giusto contratto', rappresentanti dei giornali editi da cooperative o delle minoranze linguistiche che rischiano la chiusura con il paventato taglio dei fondo per l'editoria, colleghi precari e autonomi, alcuni cronisti e croniste minacciati per via del loro lavoro, come Stefano Andreone e Federica Angeli, costretta a vivere sotto scorta per via del suo lavoro di denuncia della criminalità sul litorale romano.

«Quando ho avuto bisogno della 'casta', come la chiamano, politici non ce n'erano. C'erano invece i colleghi giornalisti. Erano con me nelle aule di tribunale, a sfilare in piazza a Ostia. Vogliono colpire Radio Radicale, se la prendono con i piccoli giornali, dicono che vogliono tagliare i fondi ai 'giornaloni', ma non è vero», dice Angeli.

Mattia Motta, vicesegretario della Fnsi e presidente della Commissione nazionale lavoro autonomo del sindacato, osserva: «Il governo vuole sostenere i precari? Perché il ministro della Giustizia non approva le tabelle per la liquidazione giudiziale dei compensi? Il governo vuole sostenere i precari? Perché in ben due occasioni si è opposto all'abolizione dei cococo nel giornalismo? E, infine, se voglio applicare l'equo compenso sappiano che una legge esiste già». E il coordinatore della Commissione, Maurizio Bekar, ricorda: «Tutte le categorie di lavoratori autonomi hanno l'equo compenso tranne i giornalisti».

Il presidente dell'Assostampa del Friuli Venezia Giulia, Carlo Muscatello, ricorda le difficoltà cui andrebbe incontro il quotidiano in lingua slovena Primorski Dnevnik se il governo tagliasse il fondo per l'editoria. Il presidente dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, Paolo Perucchini, evidenzia che anche in Lombardia senza il contributo pubblico numerose testate sarebbero costrette a chiudere.

Laura Viggiano, del Sindacato unitario giornalisti della Campania, rammenta che «nella nostra regione sei testate sarebbero a rischio con il taglio al fondo per il pluralismo». Ezio Cerasi, segretario del Sindacato Giornalisti Abruzzesi si sofferma, infine, sul bavaglio ai cronisti rappresentato dal fenomeno sempre più preoccupante delle 'querele temerarie'. 

In piazza anche le associazioni, fra cui Amici di Roberto Morrione, Carta di Roma, l'Ucsi, Ungp e Articolo21, con la portavoce Elisa Marincola che annuncia: «Siamo stati e saremo in piazza ogni volta che l'informazione sarà sotto attacco» e la giornalista Antonella Napoli che legge il testo dell'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, approva il 10 dicembre 1948.

«Dobbiamo dire grazie al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per ben sette volte nel giro di poche settimane ha sentito il bisogno di intervenire in difesa della libertà di stampa, segnale – conclude il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti – che evidentemente qualcosa non va. Questo sindacato e questo Ordine sono compatti e uniti ribadiscono al ministro e al governo che noi non trattiamo con chi insulta i giornalisti e vuole aumentare precari e disoccupati. Perché gli interventi annunciati non colpiscono i grandi giornali, ma le piccole realtà e questo significa spegnere voci preziose per la libertà di informazione. Dico con il rispetto che si deve alle istituzioni che si può essere critici e manifestare dissenso anche senza usare parole come 'puttane' e 'sciacalli'. Non si offende e si minaccia e poi si chiede una trattativa. Per questo noi oggi siamo in strada e non al tavolo del governo. E per questo la nostra protesta non si fermerà certo qui».